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18 Marzo 2010 21:55
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Sesso, droga e rock'n'roll. Parole che associamo a vit
a trasgressiva, vip e folli serate in discoteca. Una religione dell'edonismo che ha avuto il suo tempio, lo Studio 54, ex teatro e studio televisivo al numero 254 Ovest della Cinquantaquattresima Strada a Manhattan. Inaugurato trenta anni fa, la sera del 26 aprile 1977, lo Studio 54 introduce il concetto di discoteca così come lo intendiamo oggi, luogo di esibizionismo, sesso e trasgressione. Qui nasce la figura del dj non più mero selezionatore ma abile musicista, grazie a Nick Siano e ai suoi mixaggi su tre piatti. Qui nascono successi come I will survive di Gloria Gaynor, star della disco. Qui nasce anche la consuetudine della selezione all'ingresso; e poiché i due gestori, Steve Rubell e Ian
Schrager, volevano creare “la più grande festa del mondo”, la regola era quella di far entrare le persone più folli, trasgressive e affascinanti. L'ingresso non era garantito a nessuno, neppure a vip come Cher che una sera si vide chiudere la porta in faccia. Un mondo di luci sfavillanti e stroboscopiche che avrebbe presto rivelato le sue ombre, come la droga, consumata a chili, e l'inquietante presenza dell'Aids che di lì a poco sarebbe esploso come una traumatica bomba culturale. Il 14 dicembre del 1978 la polizia irrompe nel locale e ne ordina la chiusura. C'è la droga, ma anche l'evasione fiscale e persino la violazione delle leggi sulla vendita di alcolici, perché lo Studio 54, paradossalmente, non ha la licenza. La discoteca cambia gestione e riapre, ma la fiaba è terminata. Nel 1986, il sipario si chiude per sempre sul capitolo più innovativo e folle della storia di New York.
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